lunedì 31 ottobre 2011

dove sono finiti "I Morti"?

Quando ero piccola, e non si può certo dire che si tratti di un paio di secoli fa, la prima festa che si aspettava dopo la fine dell'estate e l'apertura della scuola era quella del 1° novembre. Sul calendario era segnata   ed è segnata come il giorno in onore di tutti i santi, ed è un giorno di festa, marcato in rosso; quello successivo, il 2 novembre, è invece giorno feriale, ed è riservato alla commemorazione dei defunti. Ma per tutti quella autunnale è la festività de I Morti. In questo giorno è praticamente d'obbligo recarsi al cimitero per rendere omaggio ai parenti, cari o meno, defunti, portando qualche crisantemo ed un lumino nuovo. Si va a messa per dire una preghiera in più, facendo anche un'offerta un pochino più consistente.  E se si è proprio attenti a come ci si dovrebbe comportare, si tiene persino un lumino acceso in casa. Ricordo ancora quella lucina rossa in un angolo buio della casa di mia nonna; un po' inquetante, a dire il vero... Eppure questo è quel che dovrebbe essere. Questo è quel che era. In Italia, almeno.
Nel Regno Unito, in Irlanda, e di conseguenza negli Stati Uniti, dove i primi pionieri hanno conservato molte delle proprie tradizioni, le cose sono diverse. La festa d'origine ha a che fare con la fine dell'estate, e la raccolta delle provviste per i mesi più freddi: da qui è poi derivata l'usanza attuale di regalare dolcetti d'ogni tipo. E quella che noi chiamiamo, volgarmente, la zucca, ha un nome vero e proprio: Jack-'o-lantern, forma contratta di "la lanterna di Jack". Tale Jack era un irlandese con la coscienza non proprio tranquilla, che spaventato dallo spettro degli spiriti cattivi che si aggiravano nell'oscurità notturna, pensò bene di spaventare a sua volta queste ultime: inscenò la presenza di uno spirito cattivo fuori la porta della propria abitazione, intagliando una barbabietola e mettendovi un lumicino acceso nella cavità ottenuta. L'idea fu presto adottata da tutto il vicinato, e si espanse. Coloro che si trasferirono nel Nuovo Continente, vollero potersi proteggere a loro volta; in quei luoghi avevano trovato le zucche, fino ad allora sconosciute, e pensando che un mostro più grande sarebbe stato più d'effetto, iniziarono ad usarle per fare delle spaventose Jack-'o-lantern. Intanto, chi non poteva restar chiuso dentro casa, pensava bene di difendersi come poteva, e cosa c'era di meglio di fingere di essere una strega, un fantasma, o uno zombie? Nessun collega li avrebbe mai aggrediti. Geniale!
Ma eccoci ai giorni nostri, quando film, telefilm, libri e cartoni animati ci hanno iniziato a parlare di questa festa del Dolcetto o scherzetto. Non ci è sembrato vero: una scusa per divertirsi, andare nei locali a bere alcolici se si è adulti, aggirarsi per le case in cerca di caramelle se si è più giovani. Con tanti bei calci in quel posto ai nostri Morti.

domenica 30 ottobre 2011

...un anno dopo...

Ed eccoci di nuovo qui, dopo un anno di pausa. Un anno, dodici mesi, all'incirca 365 giorni - scusate, non fatemi andare a controllare la data dell'ultimo post e fare i conti precisi... no Tamara non farlo! - Bene; ho rischiato di farlo ma ho resistito. - Da un lato si può dire che sia un periodo lungo, dall'altro poco più che un battito di ciglia; dipende dalla prospettiva sotto cui ci fermiamo a pensarci. Certo, di cose possono accaderne, eccome! Vediamo un po'... il Governo Italiano ha rischiato di perdere la Maggioranza almeno 3 volte - forse anche di più -; i programmi televisivi hanno avuto ben due omicidi e una doppia sparizione su cui informarci, interessarci, ammorbarci... nausearci; un matrimonio reale è stato celebrato - in mancanza di un re nostrano ci piace gingillarci con i fiori d'arancio altrui -; qualche partito politico è nato e qualche altro si è svuotato, anche se questi sono eventi che vanno bene per un qualsiasi anno; Francesco Totti ed Ilary Blasi hanno smesso di fare pubblicità insieme mentre George Clooney ed Elisabetta Canalis si sono lasciati per davvero, loro che secondo molti stavano insieme solo per finta; e saranno successe un sacco di altre cose, che però ora non mi vengono in mente.
Anche a me qualcosa è capitato... Cose di poco conto ed altre più importanti, alcune che hanno riguardato me in prima persona, altre in cui sono stata coinvolta, ed altre ancora che mi hanno solo leggermente sfiorata, come un'eco lontana. Poi... poi mi è successo qualcosa di molto speciale...
E a voi? Cosa vi è successo in questi 12 mesi?

martedì 9 novembre 2010

la privacy

Ricordo che ne iniziarono a parlare quando avevo all'incirca dieci anni. Prima di allora, non credo fossero in molti a conoscere il significato di quella che stava per diventare una delle tante parole inglesi introdotte a forza nel nostro vocabolario. In italiano, il termine corrispondente sarebbe riservatezza, ma, come spesso accade, preferiamo copiare, spesso passivamente, piuttosto che rielaborare. Mio nonno, dal canto suo, non si è piegato del tutto. L'ha ribattezzata praita; e a nulla sono valsi i centinaia di tentativi di correzione che si sono susseguiti negli ultimi 15 anni: praita fu, e praita è sempre rimasta.
Quando, nel 1996, si iniziò a parlare della Legge sulla Privacy, non era ben chiaro cosa sarebbe successo, ma si aveva l'impressione che, comunque, le nostre vite sarebbero state completamente cambiate, catapultate in un'aurea più tranquilla, sicura, intima. Quali fossero le vere intenzioni all'epoca, certo non posso dirlo. Quello che invece ricordo, è quel che ne seguì. Ben presto scoprimmo che nelle nostre bollette telefoniche, i recapiti da noi chiamati erano riportati in modo incompleto, con le ultime cifre sostituite da una serie di asterischi. Insomma, non solo non potevi sapere il numero di chi ti telefonava in piena notte facendoti proposte oscene, ma neppure chi tu stesso avevi chiamato dal tuo apparecchio. Per lo stesso principio, le scuole si sono ritrovate in dovere di sostituire sui quadri di fine anno, degli atti pubblici, con dei rassicuranti 6 tutti i voti da 1 a 5. Alla faccia della trasparenza! Se poi un 3 veniva segretamente trasforamto in un 5, o addirittura in un 6, dov'era il problema?
La fobia per la riservatezza, come tante altre perversioni, ci è arrivata di seconda mano, straripando oltre i confini del grasso continente Americano, lasciandosi trasportare dalle acque dell'oceano fino alle nostre coste. E proprio nella sua patria natia, può raggiungere i suoi massimi livelli d'assurdità. Direte: ma come? E io vi rispondo: eh sì! Perché bisogna sapere, tanto per dirne una, che l'anagrafe, quell'ufficio pubblico che raccoglie i nostri dati, e assicura il nostro Paese e noi stessi della nostra esistenza, negli Stati Uniti non esiste. Il risultato? Se in Italia necessiti di aggiornare un documento, vai all'ufficio anagrafico, appunto, e dopo aver trovato nel registro i tuoi dati, ti stampano la tua bella tesserina. Negli USA... non è proprio così. La riservatezza, o privacy, è talmente assicurata, che tu praticamente non esisti. Se poi, per una ragione o per l'altro, dovessi avere il desiderio o la necessità di attestare la tua esistenza, l'unica cosa da fare è rivolgersi alla motorizzazione, che oltre a rilasciare licenze di guida, è anche incaricata di rilascere quella che, semplificando, possiamo definire l'equivalente della nostra carta d'identità. Ma non è così semplice. Per loro, tu potresti essere chiunque. Sei dunque obbligato a provare la veridicità di tutti i dati richiesti. Così nessuno, Stato compreso, conosce nulla di te, ma se devi anche solo cambiare l'indirizzo di residenza sul tuo documento, devi presentare a degli estranei impiegati il tuo contratto d'affitto, gli estratti conto della tua banca e le tue bollette. EVVIVA LA RISERVATEZZA!

mercoledì 20 ottobre 2010

meglio star bene... e a volte neanche basta!

Bene. Pagare 500 dollari per 6 mesi di assicurazione sanitaria. Andare da uno specialista convenzionato, e scoprire di dover pagare subito i primi 500 dollari del conto. Fortuna che il resto, se c'é, lo pagherà l'assicurazione sanitaria stessa, che ovviamente hai già pagato. Infine ritrovarsi ad aver bisogno di un controllo al pronto soccorso. Quando arriva il conto, per posta, ritrovarsi una fattura di 257 dollari. Fortuna che ho l'assicurazione sanitaria: pagherà parte del conto, precisamente 12 dollari! Così, per un bicchierino di urina da analizzare, dovrò pagare solo 244 dollari e spiccioli. Ma che grande Paese! Che Paese all'avanguardia, a cui guardare a occhi sgranati e da cui prendere esempio!!

venerdì 21 maggio 2010

stiamo BENISSIMO!

Giri su Facebook e trovi la Home Page piena di link divertenti, video di animali che fanno cose strane, fotografie di culi seminudi, pannelli a fondo nero con scritte fluorescenti dai contenuti banali. Accendi la televisione, ed ecco quattro oche starnazzanti sedute nel salottino, un paio di figurini asessuati che giocano ai padroni dell'arem, un gruppetto di galline spennate che si agitano nell'aia mostrando tette e quant'altro, ed un telegiornale in cui la notizia più seria avverte del raffreddamento del povero passerottino presidenziale. E se poi hai la cattiva idea di sfogliare un quotidiano, ti piovono addosso titoloni minatori e foto di automobili di lusso. Va tutto benissimo. Siamo tutti felici e spensierati. Che bello! Come siamo fortunati!
Ops, ma com'é che quella trasmissione in cui si parlava di temi d'attualità non è più in programmazione? E che fine ha fatto la giornalista bionda che leggeva le notizie ogni sera? E come mai nelle ultime due settimane, ogni volta che passo vicino la fabbrica qui dietro, vedo uomini e donne incatenati al cancello? E perché, nonostante l'economia vada bene e tutti stiano benissimo, a fine mesi non ho più neppure un centesimo nel portafoglio?
Continuiamo a dirci che siamo bravi, che stiamo bene, che non c'é nessun problema. Continuiamo a pensare che l'unica ombra nel paradiso terrestre in cui viviamo è rappresentata dal fatto che il nostro favorito è stato eliminato da Amici.
Quando chiedo a mio nonno " Nonno, ma tu dopo l'8 settembre cosa hai fatto?", lui mi risponde "Il partigiano". E mentre me lo dice, sorride, e gli brillano gli occhi. Anche a me. Ma i miei lo fanno perché pieni di lacrime. E allora, a quel punto, vorrei chiedergli "Ed è questa la libertà per cui hai rischiato la tua vita?". Eppure non lo faccio, perché so che, purtroppo, neanche lui capirebbe adesso... e allora resto in silenzio, con le mie lacrime mute che diventano sempre più amare. A volte, però, cadono giù; ma da sole; in silenzio. Perché ora, nel mio mondo, non c'é spazio per loro.

giovedì 8 aprile 2010

a ciascuno la propria terra

Vivere lontano; sapere che mentre tu stai dormendo, immerso nell'incoscenza dei tuoi sogni, i tuoi amici, i tuoi cari, le persone che hanno sempre fatto parte della tua vita, stanno vivendo senza di te: gelosia; e verso sera, mentre all'imbrunire aspetti il ritorno di tuo marito, tutti gli altri dormono già: solitudine. Giorno dopo giorno costruisci la tua stroria, e sei felice. Eppure nel cuore continui a conservare come un tesoro prezioso la speranza di tornare a casa. Non adesso, magari neppure tra due o tre anni. Forse tra dieci? Chissà. C'è tutta una vita davanti, e mentre la si percorre, si aspetta di tornare a casa.
In pochi lo sanno, eppure ci sono centinaia di persone anziane, che dopo aver trascorso tutta la propria lunga esistenza nei propri luoghi, sono state portate via. Hanno perso tutto in una notte di freddo e terrore. Non una foto, non un oggetto, che possa riportarli indietro ai giorni passati. Ma quello che è più triste, è che a loro viene tolto anche l'unico tesoro che avrebbero pututo conservare: la propria terra.
Da un anno sono parcheggiati lì, in una serie di alberghetti in riva al mare. Uomini e donne che forse il mare non l'avevano neppure mai visto! Abitutati, da sempre, al calore e la protezione delle vette delle montagne che li circondavano. Per loro il mare, con la sua grandezza, il suo fragore nelle notti invernali, la sua ariosità, fa paura. E mentre io, che al mare sono nata e cresciuta, leggo, passeggio, studio e vivo, cercando di non soffocare nel mezzo dei centinaia di chilometri di vallete in cui mi trovo, cosa può fare una di quelle signora di ottant'anni nella situazione in cui l'anno messa? Sola. Non può neppure cucinare! Come ci si aspetta che impegni le proprie giornate? Mi viene in mente solo una cosa... aspettare di morire.

giovedì 1 aprile 2010

pupette e cavallini




Chi è abruzzese, lo sa. Non è Pasqua se mancano due cose: pupe e/o cavalli, e i fiadoni. Ricordo che già da piccolaa il farli era un evento: oggi dalla nonna si fanno i fiadoni. E allora via, un'intera squadra a lavoro. Il tavolo usato per stendere e farcire, e il divano, sì il divano, pieno di teglie. Io e mio fratello abbiamo iniziato a collaborare spalmando il giallo dell'uovo per la doratura. Poi siamo passati alla manovella della macchinetta per stendere la pasta... e infine l'iniziazione: mi hanno insegnato a farli!!! Adesso li faccio anche a casa con mia mamma, ma la ricetta che uso è all'incirca la stessa: i fiadoni di mia zia sono troppo buoni. Dovrebbero darle il titolo di Regina dei Fiadoni. Lunga vita a Sua Maestà Rosalia!!!
Qui, oltroceano, abbiamo rinunciato a farli; trovare pecorino e parmiggiano grattuggiati ci sarebbe costato un occhio della testa, e in quanto al rigatino... non saprei proprio come tradurlo! Però la tradizione è tradizione, e qualcosina la si deve pur fare. Così abbiamo deciso che almeno pupa e cavallo dovevamo averli. Dopotutto, un po' d'impasto dolce per biscotti lo si può fare anche qui! Così, questa mattina, ecco fatto. E devo dire, modestia a parte, che il risultato non è male. Per aver fatto tutto completamente a mano, col solo ausilio della memoria, sono venuti abbastanza bene, no? Almeno la pupa. Il cavallo... l'ho rimpastato due volte, ma meglio di così proprio non ho potuto... e infondo è sempre così, è la sua natura: un po' cavallo e un po' cane.

sabato 27 marzo 2010

alla scoperta di Chicago... Giorno III




Secondo risveglio nella grande città. Non avendo un programma ben preciso, pensiamo di cambiare stile di colazione, per sperimentare qualcosa di un po' più americano. Ed è così che, quasi per gioco, facciamo di Lou Mitchell's (565 W Jackson Blvd) la nostra meta; dicono sia uno dei posti più famosi, tanto che spesso si è costretti ad aspettare in fila il proprio turno. Piccolo problemino: si trova praticamente dall'altro lato del loop rispetto al nostro hotel, leggermente più ad ovest della stazione in cui siamo arrivati due giorni fa! Ma cosa sono, per due esperti camminatori come noi, quattro passi a stomaco vuoto?!? Così oltrepassiamo il Chicago River e iniziamo a costeggiarlo. Il nostro coraggio sembra subito ricompensato. Alcuni operai stanno oliando le giunture di uno dei tanti ponti mobili di Chicago, mentre sotto di loro un traghetto turistico è in sosta, con sopra un uomo al microfono che descrive l'architettura urbana, e non mancano neppure quattro lavavetri che, sospesi a mezzaria, lustrano scrupolosamente la facciata di un grattacielo. Ma lo sapete che gli schizzi di acqua e sapone arrivano sulla strada ad una distanza impressionante?? In un primo momento pensavamo stesse iniziando a piovere!
Dopo una piacevole passeggiata durata circa un'ora, eccoci arrivati. Siamo fortunati: non dovremo aspettare. Il locale è grande e molto "americano"; tra bancone, tavolata comune e tavoli singoli addossati al muro, scegliamo questi ultimi - ma solo perché così pensiamo di poter stare più a lungo. Ogni coppia di posti ha la sua fiaschetta di sciroppo d'acero, una coppa di marmellata all'arancia ed una di gelatina alla ciliegia. Immediatamente arriva la tazzona di caffé, che verrà poi riempita gratuitamente ogni volta che sarà necessario. Decisi ad osare, ma non troppo, ordiniamo una porzione di tre Pancake ed una di Waffle, che ci vengono recapitati con circa una decina di monoporzioni di burro. Inutile dire che, per riuscire a finire tutto, abbiamo dovuto impegnare tutta la nostra buona volontà... Però ne è valsa la pena! Ah, volete sapere cosa mangiavano gli americani? I più avevano una padellina con dentro uova, o omelette, con due salsicce arrosto, oppure pancake o waffle accompagnati da bacon profumatissimo... oppure tutte queste cose messe insieme! E non state ad immaginare che fossero chissà quali obesi ragazzotti perdigiorno; parlo di bambini, anziani, giovani e piancenti trentenni accompagnate da uomini di mezza età in giacca e cravatta.
Con lo stomaco stracolmo ripercorriamo in tutta tranquillità le vie del loop. Ci fermiamo per qualche minuto nel Daley Center Plaza, dove in un angolo si eregge l'enigmatica scultura di Picasso. Eppure l'intrattenimento maggiore risulta un altro: impiegati di entrambi i sessi spendono la pausa pranzo seduti al sole, seguendo una partita di basket proiettata sul palazzo al di là della strada! Dopo un paio di foto, e qualche risatina, proseguiamo. Questa volta siamo proprio in america: giovani dipendenti che si dirigono velocemente al fast food dietro l'angolo, uomini d'affari col caffé in mano, e persino la classica scena della donna che esce dal "supermercato" con lenormi sacchetti di carta tra le braccia gridando TAXI!!! .
Tornati a nord, spendiamo il pomeriggio al Navy Pier, centro essenzialmente turistico che si protunde sul lago. Locali, strade per il passeggio pedonale, ormeggio di traghetti turistici e navi- ristorante, e piccolo parco giochi con tanto di ruota panoramica e casa degli specchi. A dire il vero, sarà per la stanchezza che inizia a farsi sentire, ma questo posto tanto famoso, a parte la vista meravigliosa che offre della città, non ci entusiasma poi molto!
Quando scende la sera, Chicago si illumina ed è una vero spettacolo! Intanto, agli angoli delle strade qualcuno suona il sassofono cercando di racimolare qualche dollaro. Noi ci inoltriamo nella zona dei locali costosi, in cerca di un posto per noi abbordabile dove mangiare qualcosa, e magari ascoltare un po' di musica. Scartati i ristorantini di pesce dall'aria pretenziosa, davanti ai quali vediamo persino una Ferrari parcheggiata (dall'insolito colore verde bottiglia?!?), scegliamo un piccolo e buio pub, senza tavolini all'aperto. All'interno non è male: pareti rosse e luci soffuse, lo spazio è quasi interamente occupato da un ampio bancone circolare. Seduti su due sgabelli attorno ad un alto tavolino scopriamo che Jilly's (1007 N Rush Street) era il bistrò preferito di Frank Sinatra. Dopo aver mangiato un enorme humburger con patatine - niente male davvero! - ordiniamo un margaritas per due. Intanto il locale si è riempito. Un'elegante signora sulla settantina sorseggia un bicchiere di vino bianco seduta al bancone, accanto a lei una ragazza un po' troppo rotandetta chiacchiera allegramente con uno sconosciuto dalla camminata incerta, mentre una coppia di amanti di mezza età, lei dal viso in plastica e i capelli biondissimi, si baciano o parlano ma senza mai un sorriso. Qua e là gruppi di uomini sulla cinquantina, con bicchiere in mano e le facce rilassate. In un angolo un omone senza capelli canta brani jazz accompagnandosi con la tastiera. Ogni tanto, qualcuno invita la signora per un ballo, allora lei si alza, e si muove con un'eleganza che fa quasi invidia; alla fine applaude e torna a sedersi da sola. Un po' di Chicago, insomma, per una seratina tranquilla e piacevole. Ma se siete davvero amanti del jazz, e passate da quelle parti, nel locale accanto suonano gruppi dal vivo, però dovete scusarmi: non ho segnato il nome!

domenica 21 marzo 2010

alla scoperta di Chicago... Giorno II



Dopo una bella dormita siamo pronti per una nuova avventura. Zaino in spalla e barilotto di caffé in mano, lasciamo l'albergo alla ricerca di un posto per fare colazione. Per questa volta ci rifugiamo nel colorato Dunkin Donuts dietro l'angolo, uno dei locali della famosa catena americana. Seduti attorno ad un tavolinetto giallo, mangiamo ciambelle glassate progettando l'itinerario odierno; intanto una fila ordinata di persone d'ogni tipo ed età si snoda davanti al bancone.
La giornata sembra promettere bene: nonostante sia solo marzo, e la fama della Città del Vento per le sue temperature non troppo ospitali, le condizioni sono tali da spingerci ad affacciarci sul lago. Qui, attraversato un sottopassaggio, scopriamo un lungolago pedonale e ciclabile, rispettabilmente popolato: sembra che in molti abbiano deciso di approfittare di questo bello scorcio di primavera! Il sole brilla alto nel cielo azzurro, infuocando le acque calde del lago incoronato dalle vette dei grattacieli. Passeggiando verso nord - nel frattempo approfittiamo per scattare ancora qualche foto - raggiungiamo Lincoln Park, dove vialetti e ponticelli si snodano tra piccoli laghetti e aiuole alberate, popolate di gabbiani e scoiattoli: compagnia originale, no? Se chiudiamo gli occhi riusciamo quasi ad immaginare lo splendido spettacolo che si può osservare nei mesi più caldi... Ma ecco che una musica da giostra inglese, portate dal fresco venticello lacustre, cattura la nostra attenzione. Poco più in là, scopriamo un piccolo zoo gratuitamente aperto al pubblico, dove bimbi d'ogni età si lasciano affascinare dalla vista di un leone un po' troppo dormiglione, e qualche scimmietta dispettosa. Non mancano, ovviamente, un bar con tavolini all'aperto e un piccolo chiosco dove acquistare pop corn! E per chi preferisse la flora alla fauna, una serra a più stanze offre un piacevole spettacolo visivo ed olfattivo.
Lasciato il parco, ci allontaniamo dal lago spostandoci in direzione nord-ovest, inoltrandoci in una zona dalle abitazioni basse e colorate, molto simile a quelle di Londra. La nostra meta? Il Biograph Theater, davanti al quale, nel luglio del 1934 fu ucciso John Dillinger, rapinatore di banche considerato dall'FBI "nemico pubblico n.1". In realtà, Chicago sembra ansiosa di dimenticare il suo celebre passato di città culla dei criminali, per cui non è una gran sorpresa trovare che un posto così celebre non sia affatto celebrato! Ma se qualcuno di voi, come noi, è ammiratore dell'attore Johnny Depp, potrebbe essere interessato a provare l'emozione di calpestare lo stesso quadrato di cemento su cui egli ha finto di morire. In tal caso, due porte più in là, noterete un piccolo ed anonimo locale, chiamato Vini's Pizza (2429 N Lincoln Ave): la pizza non è male, e mentre pagate potete ammirare uno foto incorniciata con tanto di autografo del vostro idolo.
Le nostre gambe, a questo punto, hanno iniziato ad avvertire un po' di stanchezza, così abbiamo deciso di usufruire della metropolitana di superficie. Ma ogni esperienza sembra regalare una bella sorpresa: il mezzo di trasporto non sarà forse dei più efficienti, ma aggirandosi per il centro città sospeso tra un grattacielo e l'altro offre una vista da giro turistico!
Per chiudere ceniamo con la famosa pizza Chicago stile. L'originale può essere gustata nel locale che la inventò nel lontano 1943, Pizzeria Uno; se l'attesa è troppo lunga basta percorrere pochi metri fino a Pizzeria Due. L'ambiente è da film americano, con tavoli piccoli e tovaglie a quadri, e non manca neppure chi decide di mangiare sul bancone. La pizza certo non posso descriverla... no, non posso! Però, non è male... sempre che la si riesca a finire!

sabato 20 marzo 2010

alla scoperta di Chicago... Giorno I












Eccoci qui. La primavera è alle porte, e noi lasciamo la piccola cittadina in cui abitiamo per la città americana per eccellenza... Signori e signori, spring break a Chicago! Ed ecco a voi la città dei grattaceli che si rispecchiano nel grande Lago Michigan, dei locali in cui ascoltare jazz e blues, regno dei più famosi gangsters della storia.
Il pullman di linea proveniente da Indianapolis ci lascia presso la Union Station of Chicago, in una strada che divide i palazzi dai grandi grattacieli. Girato l'angolo, e oltrepassata la linea ferroviaria... ci troviamo davanti, o meglio sotto, la Willis Tower, meglio conosciuta col suo vecchio nome di Sears Tower, attualmente grattacielo più alto degli Stati Uniti e terzo al mondo. Come inizio, non c'è male! Un giro attorno, qualche scatto, e via. Con lo sguardo costantemente diretto verso l'alto, ci aggiriamo per le strade del loop, dove i raggi del sole si riflettono sulle lucenti superfici dei grattacieli. Intanto, sui marciapiedi, americani che vanno e che vengono, uomini e donne d'affari che corrono alla ricerca di un panino e un bicchierone di caffé per il pranzo. Qualcuno si ferma e compra il giornale: qui le tipiche cassette per la vendita autogestita dei quotidiani sono vuote, perché molti poveri, generalmente afroamericani, prelevano tutte le copie per poi rivenderle. Anche così si può sopravvivere.
In meno di un'ora siamo già a Millennium Park, dove i grattacieli si riflettono sul Bean, una sorta di confetto ultra-riflettente la cui curvatura distorce le immaggini dilatando o accorciando le distanze, creando curiosi giochi d'immagine che tutti si devertono a fotografare. Ognuno inventa una nuova posizione, prova un nuovo effetto, tutti affollandosi attorno all'opera... A voi la scelta!
Lasciato Millennium Park, con le sue fontane digitali, le nuove sculture internazionali e tutto il complicato apparato architettonico deputato a proteggere l'anfiteatro dai rumori stradali - sì, perché Chicago ha starde ad alta velocità che spuntano nei punti più assurdi - ci incamminiamo verso il fiume, oltre il quale si trova il nostro albergo.
Dopo una doccia e un po' di riposo, eccoci di nuovo in marcia. Questa volta con passo misurato e andatura ricercata... siamo alla scoperta del Magnificent Mile, ovvero quella che potremmo definire la Via dei Condotti dei Grandi Laghi. Prada, Guess, Burberry, Gucci Victoria's Secret e quant'altro; ma anche Disney Store con un paperino gigante sospeso in aria e un negozio di cioccolato con tanto di mega-distributore spettacolare, che scende dal soffitto. Tutto "all'ombra" dei grattacieli. Proseguiamo fino ad arrivare alla Water Tower, che spunta all'improvviso nel mezzo della strada, e tra tanta grandezza risulta quasi invisibile. Subito dietro, il John Hancock Center, valida alternativa alla Willis Tower se si vuole ammirare il panorama: al piano 94 potete scegliere tra ristorante e bar. Un piccolo "segreto": la vista migliore la si può godere dal bagno delle donne, dove le porte si affacciano su una parete a vetro che domina tutta la Chicago che conta... Spiacente per i maschietti!!

giovedì 21 gennaio 2010

pensieri di un giorno di pioggia

Edorasiamoindue. E' così, anche se non lo dici, anche se apparentemente parli d'altro. Perché se si è in due lo si è sempre, e si è in due anche quando l'altro è lontano. Perché ogni cosa è di tutti e due, e il respiro di uno diventa quello di entrambi. Perché è qualcosa che hai dentro, e non devi neppure chiedere, o cercare... ma solo accettare. Allora ti accorgi che non devi aver paura di nulla, neppure delle cose più grandi, quelle che non avresti mai pensato di poter affrontare; che se anche dovessi scivolare, ci sarà sempre l'altro a cui aggrapparti, pronto per aiutarti a rialzarti. E sai che non sarai mai solo, anche quando tutti sembrano essersi dimenticati di te, o sono troppo impegnati per accorgersi di una tua lacrima, o anche solo di un dolce sorriso che t'illumina gli occhi. O quando è l'unico tra tutti a leggere quello che scrivi, per vedere come scrivi quello che in realtà sa già.

lunedì 11 gennaio 2010

ritorno a casa

Da dove si inizia per raccontare una storia lunga un mese? Una storia fatta di tante storie... Come dire di quando, dopo quattro mesi, scendi una ventina di gradini e ti ritrovi a qualche metro da una navetta aeroportuale un po' vecchia e un po' trasandata, mentre tutt'intorno a te i telefoni cellulari iniziano a squillare, e si alza uno scoordinato cora di "pronto"?. E' allora che sai che sei tornato a casa.
E' quando sei stanco e intontito da venti ore di viaggio e una notte praticamente insonne, e aspetti da ormai venti minuti che il tuo bagaglio compaia magicamente sul nastro trasportatore, e il tuo orologio ti comunica che hai ormai ufficialmente perso la coincidenza per la tua città. E mentre l'edicolante, finalmente, con estrema calma, ti dà il biglietto che stai acquistando, vedi il tuo treno che va via, hai la conferma che davvero sei tornato. E allora per un istante, ma solo un istante, ti chiedi se sia davvero così importante.
Sono i tetti disconnessi e irregolari della tua città a risponderti, le strade che mille volte hai percorso a piedi, sotto l'acqua o nel caldo estivo, le insegne dei negozi che leggevi ogni mattina mentre andavi a scuola. Sei lì, con quegli occhi stanchi che divorano tutto, ansiosi e timorosi di scoprire cosa sia cambiato. Poi scendi dal pullman e ti ritrovi tra la gente: persone che vedi per la prima volta, ma dai volti etremamente familiari, che parlano la tua lingua, con quella stessa cadenza che ti accende il cuore. E' proprio in quel momento che sai che niente potrà portarti via davvero.

lunedì 7 dicembre 2009

cervelli sotto zero

Ah, l'America! E' proprio quando credi di aver visto ormai tutto, che scopri qualcosa di nuovo e straordinariamente... allucinante!

In quanti film o telefilm, uno fra tutti Desperate Houswives, uno degli ultimi episodi della seconda serie, avrete sentito parlare di confraternite? Di solito sono due uomini di mezza età che si incontrano e scoprono di aver fatto la stessa università, e di essere stati nella stessa confraternita, e allora ne scaturisce un clima di cameratismo che permette ai due di superare anche il più insormontabile dei problemi. Ma di che si tratta? Ogni volta rimaniamo un po' straniti, senza capire granché.
Nella piccola città universitaria in cui viviamo ci sono forse una cinquantina tra fraternity e sorority, ognuna contraddistinta da una o due lettere greche, probabilmente iniziali di un motto estremamente stupido. Gli appartenenti ad una fraternity, tutti di sesso maschile, mentre come le sorority sono ovviamente l'equivalente femminile, vivono nella stessa fraternity house, una sorta di villa pacchiana in stile pressoché grecizzante. E se timpani e colonne non fossero abbastanza per riconoscere questi edifici, certamente verrebbero in aiuto le pitture sui marciapiedi e gli enormi striscioni che spesso ricoprono fino a metà della facciata. Cosa fanno i confratelli e le consorelle? Questo non lo abbiamo ancora capito. Guardando da fuori, sembrerebbero gruppi di persone accomunati dall'interesse per lo stesso tipo di stupidaggini, che vivono insieme sotto la protezione di una sorta di mamma colletiva - evitando così la magra solitudine di una vita completamente autonoma. Chi ne fa parte, parla invece di una comunione di interessi sociali ed umanitari. Secondo la loro versione le feste sarebbero ufficialmente vietate... chissà allora chi sono quei ragazzi che ballano suo loro muretti sulle "note" di musiche da discoteca udibili fino alla città vicina? Ma la verità sta sempre nel mezzo, come suol dirsi!
E arriviamo a ieri. Cielo grigio, 5 del pomeriggio e 0°C, file di venti o tranta ragazze in attesa nel vialetto di ciascuna sorority, mentre una o due membre si agitano davanti il portone incitandole... Pazzia? No: è la settimana del reclutamento. Le ragazze del primo anno vengono ricevute ed intervistate, e le più fortunate saranno ammesse nella sorority a partire dall'anno successivo. Io, da parte mia, pensavo che dovessero superare qualche prova, tipo bere 2 litri di birra, fare la doccia gelata, o qualche altra cosa del genere. Invece solo un intervista; dicono. Ma una dovrebbe aspettare fuori al gelo, in fila, per chissà quanto, solo per essere forse ammessa in un gruppo di cretine contraddistinte da un pi greco e una delta? Ma per favore! E appena finito il colloquio da una parte, di corsa ci si sposta verso un'altra house, e lì di nuovo in fila, ad aspettare, mentre i piedi ti vanno in cancrena.
Eppure, sapete qual è stata la cosa più assurda? Vedere che l'università aveva organizzato un servizio autobus specile apposta per l'evento. Cose d'oltroceano!

domenica 6 dicembre 2009

Matrimonio anni 80


Venerdì sera e siamo in un pub con degli amici. Seduti attorno ad un tavolo, in una stanza un po' troppo affollata e un po' troppo rumorosa, dove le persone cercano disperatamente di gridare più forte dello stereo. Dietro gli schienali delle nostre sedie sono stipati giacconi, sciarpe ed ombrelli ancora bagnati. Nell'impossibilità di seguire il discorso di chi siede anche solo a cinquanta centimetri da me, mi guardo intorno, contantdo il numero di volte che un cameriere, sempre lo stesso, fa cadere il cartello qui vicino: lo fa esattamente ogni volta che passa, come se ogni volta fosse all'oscuro del fatto che sia lì. Infondo, le due qualità positive di questo posto sono le chicken fingers e il fatto che ti rimettono la Coca Cola gratis nel bicchiere tutte le volte che vuoi, cosa che in realtà fanno quasi ovunque qui. Eppure, proprio quando penso di non farcela davvero più, ecco che accade qualcosa. Tra la folla scura inizio a distinguere dei colori brillanti. Allungo il collo per un po', poi con un sorriso birichino negli occhi dico a mio marito di guardare dietro di sé... Fuori piove, c'é un vento che potrei sicuramente definire freddino, e in questo locale, pieno di gente vestita in modo relativamente normale, un venerdì sera qualunque, compare magicamente una ragazza con un vestitino a bretelline di un arancione sflashato. La curiosità ci spinge a guardare meglio, e piano piano scopriamo un gruppetto di forse dieci ragazze, tutte con fiocchi, collane, orecchini... Per noi è semplicemente incredibile. Era in programma una gara per il look più assurdo e noi non lo sapevamo? Se ci fossero le ragazze di via Dei Condotti, o quelle di via Montenapoleone, si strapperebbero le parrucche! Invece noi, squadra vincente, prepariamo un piano perfetto. Siamo italiani, ovviamente, ed io, giovane stilista, sono letteralmente impazzita per quel vestitino arancione... sarebbe possibile fare una foto? Ma certo!! Così, con somma serietà, scopriamo che si tratta di una serata tra amiche con tema "matrimonio in stile anni 80".
Insomma, i vostri due supereroi sono riuscite ad ottenere una foto tutta per voi!! Ma ora resta una domanda, inquietante: ma sui tanti album di matrimonio dei vostri genitori, o dei vostri zii, o magari i vostri... avete mai visto qualcuno conciato così???

sabato 28 novembre 2009

Thanksgiving

Ed ecco raggiunto, consumato e superato uno tra i più importanti appuntamenti annuali americani: Thanksgiving. Chi non ha mai, neppure una volta, sentito parlare della Festa del Ringaziameto, in un film, stupido o impegnato, telefilm, o leggendone in un romanzo di qualsiasi genere? L'esistenza di questa vitale riunione famigliare attorno ad un tacchino cucinato a dovere ci confonde le idee, riproponendoci da anni da solita domanda. CHE COS'E' IL RINGRAZIAMENTO? In Willy, il Principe di Bel Air la mamma di Willy e le altre due sorelle raggiungono la casa del serioso zio Phil, e dopo i primi minuti iniziano inevitabilmente a discutere su chi di loro sia la miglior cuoca; risultato: ognuna vuole preparare un suo tacchino. Nel frattempo la viziata Ilary finisce in una mensa per senzatetto a sporzionare pasti caldi a base del famoso pennuto. Una cosa, dunque, la sappiamo: qualsiasi cosa sia, questa festa si svolge d'inverno. Qualche volta ho persino pensato che potesse trattarsi del Natale, ma poi ho dovuto abbandonare l'idea, dal momento che non ci sono lo scambio dei regali e gli alberi enormi, che fanno invece capolino nei due milioni e mezzo di film natalizi made in USA.
Thanksgiving cade ogni anno nell'ultimo giovedì del mese di Novembre, ed è un giorno di festa nazionale, dunque uffici, scuole ecc sono chiusi. E' molto importante consumare la cena con le persone della propria famiglia, generalmente intesa in senso patriarcale: sono dunque intensificati i voli per facilitare gli spostamenti da un lato all'altro di questo Paese smisurato. Tutto deve essere perfetto, seguire esattamente i dettami della tradizione, e dal momento che tutti mangeranno le stesse cose, è bene acquistare tutto il necessario almeno una settimana prima, in modo da non rimanere sprovvisti di nulla. Così arriva la mattina del giorno X, con un enorme tacchino già lavato per benino e tante cose da preparare. Intanto, siccome qui ogni scusa è buona per fare una parata, verso mezzogiorno le strade si riempono di bimbi vestiti in stile seicentesco, epoca in cui è nata la tradizione. E per chi non può uscire di casa, basta seguire in TV uno degli eventi principali. Intanto si prepara e si aspettano le 5, orario d'inizio della cena (in realtà in molte case si inizia anche prima). Bhe, inutile ripetere qual è il piatto principale; ma riguardo al resto? Sapete cosa non può proprio mancare? Salsa di mirtilli - sì sì, avete capito bene: salsa di mirtilli - da mangiare insieme alla carne, come condimento. Mush potatoes, nient'altro che purea di patate. Sweet potatoes - che in alcuni supermercati italiani chiamano stupidamente "patate americane", neanche tutti gli altri tipi venissero dall'Africa! - cucinate nei modi più svariati, a seconda dei gusti, in alcuni casi persino con aggiunta di marshmallow. Green beans, ossia fagiolini cucinati con salse, cipolle e cose varie. E, ultimo della lista, lo stuffing, ossia quello che letteralmente è il ripieno del tacchino. Qui, dipende molto dalle selte personali: pane, carne, pane e carne, pane di mais, per ognuno la sua ricetta. A fine cottura - 8 lunghe ore - la saporita poltiglia viene estratta e servita in ciotola da portata. Dulcis in fundo, non mancano i dessert: pumpkin pie, con crema di zucca affogata in mezza tonnellata di cannella; blueberry pie; sweet potato pie, tra tutti il piatto preferito di Barack Obama!
Quest'anno anche noi abbiamo fatto Thanksgiving, invitati da una vera famiglia americana. All'inizio abbiamo preso poco di ogni cosa, evitando di sovraccaricare il nostro piatto con qualcosa che avremmo potuto scoprire disgustoso; invece ci siamo dovuti ricredere: persino la salsa di mirtilli abinata alla carne era più che accettabile! Il tutto, per nostra fortuna, condito da simptia e cordialità dei padroni di casa. Non essendo noi americani, però, ci siamo risparmiati la partita di football in TV a fine serata!
Ops... ora sapete tutto, tranne il significato della festa... In realtà quello che so io è che ha a che fare con una cena che avevano condiviso i celeberrimi padri pellegrini e i malcapitati pellerossa, ma credo in reltà non siano in molti a saperne di più!

giovedì 19 novembre 2009

Keep breathing guys!

E pensare che ho sempre odiato quei filmati per la ginnastica in casa, dove ci sono tre o quattro istruttori super-atletici e vestiti come i modelli per un servizio di articoli sportivi, che saltano come molle incitandoti a dare il meglio di te, dicendoti che puoi farcela... Basta iscriversi ad una palestra americana e partecipare ad una delle tante lezioni di step, kiboxing o cardio, che dopo aver sperimentato ho scoperto essere la nostra famosa aerobica. Entri in una stanza enorme, dal pavimento in legno tirato a lucido, e ti trovi un posticino tra la folla di ragazze, e qualche ragazzo, in attesa dell'inizio della lezione, tutti più o meno intenti in un rigorosissimo stratching preliminare. Musica da discoteca a volume semi-assordante. Allo scoccar dell'ora ecco che compare la Shannon, la Niki o la Kayla di turno, con il microfono appeso alle orecchie e si presenta a tutti e introduce il nome della lezione. Pronti; si comincia. Dopo un paio di minuti è già chiaro lo stile, e prima di metà lezione ti convinci che forse stai sognando, finito in uno di quei filmati delle videocassette. A few more!... Almost done!... Good job guys! E giù a battersi le mani tutti insieme. E se non hai voglia di sentirti profondamente ridicolo per la quarta volta in mezz'ora, meglio che te ne faccia una ragione. Eh sì, perché se il clamore non è sufficiente, il rito viene ripetuto, e l'applauso va persino accompagnato dai famosi versi incomprensibile che si sentono in sottofondo di qualsiasi show americano che si rispetti. E allora coraggio: atletici, pimpanti, espressione entusiasta. I said left, left, LEFT!... Prima di finire, una bella sezione di rafforzamento braccia ed addominali, con tanto di mega-pallone colorato da usare per degli esercizi un po' diversi dai nostri classici italiani. Up, and down, up, and down, up, and down! E proprio quando senti che non ce la fai più, è allora che si inizia a contare tutti insieme. Ed è meglio spendere l'ultimo granello d'energia rimasta per contribuire al coro, perché anche qui, se il volume è troppo basso la performance si ripete. Ma, mi raccomando sempre una cosa: keep breathing guys! (e meno male che c'è lei a ricordarcelo!)

lunedì 16 novembre 2009

da Halloween a Natale, in superdirettissima, ma passando per Thanksgiving





Ecco qui. Halloween non ha neppure fatto in tempo a finire, che l'America si è già preparata per Thanksgiving e Natale! Già dalla scorsa settimana nella zona frigoriferi del supermercato sono apparsi enormi vasconi refrigerati pieni di tacchini di varie misure. In una delle corsie vicine alle casse, invece, le varie candele, caramelle e quant'altro di colore arancione sono state sostituite da centinaia di scatole di zuccherosissimi candycanes, palline enormi rosse ed oro, fili di luci da esterno, renne luminose, pupazzi di neve luminosi, ghirlande della dimensione di un salvagente per adulti... Mentre nel reparto gastronomia fioriscono come funghi i panchetti degli assaggi, in caso qualcuno non sia un ottimo cuoco, ma non voglia comunque rinunciare ad una cena tradizionale consumata a casa. Tacchini al forno, miscugli di grano e verdure, salse dagli odori ambigui, salmone... Noi abbiamo provato un po' di tutto - per completezza d'informazione, ovviamente. E non poteva certo mancare il famosissimo proscitto cotto al miele, co-protagonista di tutti i film natalizi americani che si rispettino! Abbiamo assaggiato anche quello, naturalmente, ma non possiamo dire di aver capito che sapore abbia... forse perché i tocchetti erano preparati e serviti dallo stesso ragazzo che preparava e serviva tocchetti di salmone affumicato? Forse. D'altro canto alcuni anni fa ci è capitato di dover buttare uno strofinaccio da cucina contaminato da tale pietanza radioattiva. Lavato tre o quattro volte, con i più svariati titpi di detersivo, una volta ascitto tornava come prima: puzzolente come una vaschetta di pesce dimenticata in frigorifero.
Ma la cosa più spettacolare, dobbiamo proprio dirlo, è la fontana del vino caldo. A berlo rischi quasi la vita, tra la puzza d'aceto e il sapore di sciroppo andato a male, ma in quanto a scena! Eh sì, bisogna proprio riconoscere che qui, quando fanno le cose, non badano certo a spese!

mercoledì 11 novembre 2009

una storia...


A volte accadono delle cose strane. Ad esempio, un giorno una giovane coppia prende appuntamento per visionare un casa in affitto, ritrovandosi invece a confrontarsi con qualcosa che non avrebbero certo immaginato. Una storia raccontata da un vecchio ritaglio di giornale appeso ad un muro, incorniciato tra una quarantina di foto di bambini di due diverse generazioni. E' la storia di un uomo di settant'anni. Per più di venti ha lavorato, insieme a sua moglie, in un negozio di chincaglierie e gadget universitari in un negozio all'angolo tra due delle vie più centrali della città. Ma un giorno la grande società che controlla l'università, e quindi forse metà della città stessa, ha comperato l'edificio in cui il negozio era collocato da più di mezzo secolo, ed ha deciso di abbatterlo per farne un nuovo centro provvisto di negozi ed uffici. E' quella nuova palazzina che ora vedo ogni volta che esco dal cancello principale del campus. Sono passati 25 anni da allora, e quell'uomo e sua moglie hanno scoperto che nella loro casa non c'è posto per due pensionati, così ora lui passa le giornate in un rudimentale ufficio immobiliare fai da te, ricavato da una porzione di una delle casette che affitta con contratti annuali. Divano, cucina ben accessoriata, internet, cuffie weirless e monitor per la sorveglianza.
E' la storia di un uomo di settant'anni, che vive in un mondo in cui forse non si è più capaci sd essere o sentirsi qualcuno se non si ha un lavoro, qualunque esso sia.

lunedì 9 novembre 2009

Carino's

Non posso credere di averlo fatto davvero. Avevo giurato a me stessa che non avrei mai, mai, messo piede in un ristorante italiano. Ma la vita è crudele, e a volte non ti lascia scelta, obbligandoti a fare qualcosa che non vorresti assolutamente. Così è successo.
Il nome del proprietario, che troneggia sull'insegna, è già tutt'un programma: Johnny; italianissimo. Due casse sospese sulla porta d'ingresso danno il benvenuto, salutando con le fresche note di "Femmena, tu si si na mala femmena...". L'interno diviso in due ambienti, in modo da poter moltiplicare il numero di tavoli tipici dei locali americani, quella specie di banconi con i divanetti. Negli spazi centrali un nutrito gruppetto di tavoli quadrati, ovviamente ricoperti da tovaglie rigorosamente a quadri, fanno bella mostra ma restano inutilizzati. Ops, le tovaglie sono bianche e verdi??? Evidentemente quelle bianche e rosse erano finite. Magari per questa volta potremo scusarli.
Dieci minuti passati a esaminare il menù, per decretare che davvero non è possibile trovare qualcosa di normale. Escludendo le varie paste col pollo mi butto su una lasagna, accompagnata da un bel bicchierone d'acqua; con cannuccia, ovviamente. Dopo mezzo boccone è già chiaro che pulire il piatto mi richiederà un certo sacrificio. Forse non è stata un'ottima idea farcire le sfoglie con ricotta secca e carne sbriciolata, condendo poi il tutto con un disgustoso miscuglio di pomodoro aromatizzato. Mentre nell'aria continuano ad ondeggiare versi di canzoni dell'epoca della Roma pre-Imperiale, osservo le foto in biaco e nero appese alle pareti - queste ultime rigorosamente con pietre a vista. Ad un certo punto stavo per piangere: all'orecchio mi sono giunte delle note diverse e la voce di Grignani. Una sola canzone, messa lì quasi per caso, ma è stato davvero come un soffio d'aria che entra da una finestra aperta al mattino. E pensare che a me il buon Gianluca non piace nemmeno! Ma questi davvero credono che da noi per radio passino certa roba??
Alla fine dell'amaro pasto, l'amica americana che ci aveva condannate a quell'ora di supplizio ha avuto la brillante idea di dire alla cameriera che eravamo italiane. Sorriso gentile, occhi sinceri, e lì a dire che sì, è davvero buono e tipicamente italiano.
Ora, a fraddo, un suggerimento lo darei: perché non mettete all'ingresso un vecchietto dai capelli lanosi, vestito di scuro, coppola in testa e schioppo tra le mani? Magari può salutare i clienti con un bel "benvenuti al circo!".

venerdì 6 novembre 2009

la caduta delle foglie

Finalmente! Sull'enorme albero davanti la nostra finestra saranno rimaste un centinaio di foglie al massimo, sparse qua e là per i lunghi rami sottili. La vista è un po' spettrale, giusto quello che ci voleva per un autentico Halloween americano!
No, non sono impazzita. Non ancora, almeno. E' solo che il pensiero della fine del lungo e devastante processo di spogliamento degli alberi non può che strapparmi un respiro di soglievo. Eh sì, perché se in Italia autunno significa arrancare disperatamente in vortici di foglie secche dimenticate, in quelle poche vie in cui incerti alberelli metropolitani si affacciano sulla strada, qui è tutta un'altra cosa. L'autunno di questa città americana, un po' rustica e un po' alternativa, offre degli spettacoli mozzafiato. Ovunque si spinga lo sguardo, le stade sono solo larghe strisce grige che si arrampicano tra gruppi di alberi forti, ciascuno rivestito con forma e colore diverso. Rosso, verde, giallo e arancio si combinano, alternano, completano. Le parole non possono descrivere quello che realmente si prova nel trovarsi qui, scoprendo come una delle cose più naturali del mondo possa essere così straordinaria. Eppure, come dicono i saggi, ogni medaglia ha il suo rovescio. Gli americani sono americani, e non lasciano mai niente al caso. Così, ogni mattina squadre di uomini vestiti con tute mimetiche, quasi fossero marines pronti a combattere, provvedono alla rimozione delle foglie cadute. Arrivano in due, a volte persino tre, sfrecciando sui loro trattorini rossi, che probabilmente altro non sono che tagliaerba semi-professionali. Corrono in modo apparentemente casuale da una parte all'altra della vasta distesa d'erba su cui si affacciano le nostre finestre. Tritano le foglie secche, fino a ridurle quasi in polvere, poi ripassando le aspirano. Il rumore che ne deriva è simile a quello di un aereo fermo sulla pista, solo un po' attenuato. Alcune volte arriva anche il valente John a dar manforte, con in spalla un arnese soffiatore che funziona a benzina. Lui si diverte, protraendo la durata del lavoro come un bimbo che lava i propri giochi nell'acqua di mare, mentre il gas di scarico prodotto finisce con l'inondare la tua casa.
Bene, le foglie sugli alberi sono quasi finite, ormai gli scoiattoli non possono più nascondersi, e le nostre mattine saranno più rilassate. E per ammirare il bel paesaggio autunnale dai mille colori... beh, aspetteremo il prossimo anno.