martedì 9 novembre 2010

la privacy

Ricordo che ne iniziarono a parlare quando avevo all'incirca dieci anni. Prima di allora, non credo fossero in molti a conoscere il significato di quella che stava per diventare una delle tante parole inglesi introdotte a forza nel nostro vocabolario. In italiano, il termine corrispondente sarebbe riservatezza, ma, come spesso accade, preferiamo copiare, spesso passivamente, piuttosto che rielaborare. Mio nonno, dal canto suo, non si è piegato del tutto. L'ha ribattezzata praita; e a nulla sono valsi i centinaia di tentativi di correzione che si sono susseguiti negli ultimi 15 anni: praita fu, e praita è sempre rimasta.
Quando, nel 1996, si iniziò a parlare della Legge sulla Privacy, non era ben chiaro cosa sarebbe successo, ma si aveva l'impressione che, comunque, le nostre vite sarebbero state completamente cambiate, catapultate in un'aurea più tranquilla, sicura, intima. Quali fossero le vere intenzioni all'epoca, certo non posso dirlo. Quello che invece ricordo, è quel che ne seguì. Ben presto scoprimmo che nelle nostre bollette telefoniche, i recapiti da noi chiamati erano riportati in modo incompleto, con le ultime cifre sostituite da una serie di asterischi. Insomma, non solo non potevi sapere il numero di chi ti telefonava in piena notte facendoti proposte oscene, ma neppure chi tu stesso avevi chiamato dal tuo apparecchio. Per lo stesso principio, le scuole si sono ritrovate in dovere di sostituire sui quadri di fine anno, degli atti pubblici, con dei rassicuranti 6 tutti i voti da 1 a 5. Alla faccia della trasparenza! Se poi un 3 veniva segretamente trasforamto in un 5, o addirittura in un 6, dov'era il problema?
La fobia per la riservatezza, come tante altre perversioni, ci è arrivata di seconda mano, straripando oltre i confini del grasso continente Americano, lasciandosi trasportare dalle acque dell'oceano fino alle nostre coste. E proprio nella sua patria natia, può raggiungere i suoi massimi livelli d'assurdità. Direte: ma come? E io vi rispondo: eh sì! Perché bisogna sapere, tanto per dirne una, che l'anagrafe, quell'ufficio pubblico che raccoglie i nostri dati, e assicura il nostro Paese e noi stessi della nostra esistenza, negli Stati Uniti non esiste. Il risultato? Se in Italia necessiti di aggiornare un documento, vai all'ufficio anagrafico, appunto, e dopo aver trovato nel registro i tuoi dati, ti stampano la tua bella tesserina. Negli USA... non è proprio così. La riservatezza, o privacy, è talmente assicurata, che tu praticamente non esisti. Se poi, per una ragione o per l'altro, dovessi avere il desiderio o la necessità di attestare la tua esistenza, l'unica cosa da fare è rivolgersi alla motorizzazione, che oltre a rilasciare licenze di guida, è anche incaricata di rilascere quella che, semplificando, possiamo definire l'equivalente della nostra carta d'identità. Ma non è così semplice. Per loro, tu potresti essere chiunque. Sei dunque obbligato a provare la veridicità di tutti i dati richiesti. Così nessuno, Stato compreso, conosce nulla di te, ma se devi anche solo cambiare l'indirizzo di residenza sul tuo documento, devi presentare a degli estranei impiegati il tuo contratto d'affitto, gli estratti conto della tua banca e le tue bollette. EVVIVA LA RISERVATEZZA!

mercoledì 20 ottobre 2010

meglio star bene... e a volte neanche basta!

Bene. Pagare 500 dollari per 6 mesi di assicurazione sanitaria. Andare da uno specialista convenzionato, e scoprire di dover pagare subito i primi 500 dollari del conto. Fortuna che il resto, se c'é, lo pagherà l'assicurazione sanitaria stessa, che ovviamente hai già pagato. Infine ritrovarsi ad aver bisogno di un controllo al pronto soccorso. Quando arriva il conto, per posta, ritrovarsi una fattura di 257 dollari. Fortuna che ho l'assicurazione sanitaria: pagherà parte del conto, precisamente 12 dollari! Così, per un bicchierino di urina da analizzare, dovrò pagare solo 244 dollari e spiccioli. Ma che grande Paese! Che Paese all'avanguardia, a cui guardare a occhi sgranati e da cui prendere esempio!!

venerdì 21 maggio 2010

stiamo BENISSIMO!

Giri su Facebook e trovi la Home Page piena di link divertenti, video di animali che fanno cose strane, fotografie di culi seminudi, pannelli a fondo nero con scritte fluorescenti dai contenuti banali. Accendi la televisione, ed ecco quattro oche starnazzanti sedute nel salottino, un paio di figurini asessuati che giocano ai padroni dell'arem, un gruppetto di galline spennate che si agitano nell'aia mostrando tette e quant'altro, ed un telegiornale in cui la notizia più seria avverte del raffreddamento del povero passerottino presidenziale. E se poi hai la cattiva idea di sfogliare un quotidiano, ti piovono addosso titoloni minatori e foto di automobili di lusso. Va tutto benissimo. Siamo tutti felici e spensierati. Che bello! Come siamo fortunati!
Ops, ma com'é che quella trasmissione in cui si parlava di temi d'attualità non è più in programmazione? E che fine ha fatto la giornalista bionda che leggeva le notizie ogni sera? E come mai nelle ultime due settimane, ogni volta che passo vicino la fabbrica qui dietro, vedo uomini e donne incatenati al cancello? E perché, nonostante l'economia vada bene e tutti stiano benissimo, a fine mesi non ho più neppure un centesimo nel portafoglio?
Continuiamo a dirci che siamo bravi, che stiamo bene, che non c'é nessun problema. Continuiamo a pensare che l'unica ombra nel paradiso terrestre in cui viviamo è rappresentata dal fatto che il nostro favorito è stato eliminato da Amici.
Quando chiedo a mio nonno " Nonno, ma tu dopo l'8 settembre cosa hai fatto?", lui mi risponde "Il partigiano". E mentre me lo dice, sorride, e gli brillano gli occhi. Anche a me. Ma i miei lo fanno perché pieni di lacrime. E allora, a quel punto, vorrei chiedergli "Ed è questa la libertà per cui hai rischiato la tua vita?". Eppure non lo faccio, perché so che, purtroppo, neanche lui capirebbe adesso... e allora resto in silenzio, con le mie lacrime mute che diventano sempre più amare. A volte, però, cadono giù; ma da sole; in silenzio. Perché ora, nel mio mondo, non c'é spazio per loro.

giovedì 8 aprile 2010

a ciascuno la propria terra

Vivere lontano; sapere che mentre tu stai dormendo, immerso nell'incoscenza dei tuoi sogni, i tuoi amici, i tuoi cari, le persone che hanno sempre fatto parte della tua vita, stanno vivendo senza di te: gelosia; e verso sera, mentre all'imbrunire aspetti il ritorno di tuo marito, tutti gli altri dormono già: solitudine. Giorno dopo giorno costruisci la tua stroria, e sei felice. Eppure nel cuore continui a conservare come un tesoro prezioso la speranza di tornare a casa. Non adesso, magari neppure tra due o tre anni. Forse tra dieci? Chissà. C'è tutta una vita davanti, e mentre la si percorre, si aspetta di tornare a casa.
In pochi lo sanno, eppure ci sono centinaia di persone anziane, che dopo aver trascorso tutta la propria lunga esistenza nei propri luoghi, sono state portate via. Hanno perso tutto in una notte di freddo e terrore. Non una foto, non un oggetto, che possa riportarli indietro ai giorni passati. Ma quello che è più triste, è che a loro viene tolto anche l'unico tesoro che avrebbero pututo conservare: la propria terra.
Da un anno sono parcheggiati lì, in una serie di alberghetti in riva al mare. Uomini e donne che forse il mare non l'avevano neppure mai visto! Abitutati, da sempre, al calore e la protezione delle vette delle montagne che li circondavano. Per loro il mare, con la sua grandezza, il suo fragore nelle notti invernali, la sua ariosità, fa paura. E mentre io, che al mare sono nata e cresciuta, leggo, passeggio, studio e vivo, cercando di non soffocare nel mezzo dei centinaia di chilometri di vallete in cui mi trovo, cosa può fare una di quelle signora di ottant'anni nella situazione in cui l'anno messa? Sola. Non può neppure cucinare! Come ci si aspetta che impegni le proprie giornate? Mi viene in mente solo una cosa... aspettare di morire.

giovedì 1 aprile 2010

pupette e cavallini




Chi è abruzzese, lo sa. Non è Pasqua se mancano due cose: pupe e/o cavalli, e i fiadoni. Ricordo che già da piccolaa il farli era un evento: oggi dalla nonna si fanno i fiadoni. E allora via, un'intera squadra a lavoro. Il tavolo usato per stendere e farcire, e il divano, sì il divano, pieno di teglie. Io e mio fratello abbiamo iniziato a collaborare spalmando il giallo dell'uovo per la doratura. Poi siamo passati alla manovella della macchinetta per stendere la pasta... e infine l'iniziazione: mi hanno insegnato a farli!!! Adesso li faccio anche a casa con mia mamma, ma la ricetta che uso è all'incirca la stessa: i fiadoni di mia zia sono troppo buoni. Dovrebbero darle il titolo di Regina dei Fiadoni. Lunga vita a Sua Maestà Rosalia!!!
Qui, oltroceano, abbiamo rinunciato a farli; trovare pecorino e parmiggiano grattuggiati ci sarebbe costato un occhio della testa, e in quanto al rigatino... non saprei proprio come tradurlo! Però la tradizione è tradizione, e qualcosina la si deve pur fare. Così abbiamo deciso che almeno pupa e cavallo dovevamo averli. Dopotutto, un po' d'impasto dolce per biscotti lo si può fare anche qui! Così, questa mattina, ecco fatto. E devo dire, modestia a parte, che il risultato non è male. Per aver fatto tutto completamente a mano, col solo ausilio della memoria, sono venuti abbastanza bene, no? Almeno la pupa. Il cavallo... l'ho rimpastato due volte, ma meglio di così proprio non ho potuto... e infondo è sempre così, è la sua natura: un po' cavallo e un po' cane.

sabato 27 marzo 2010

alla scoperta di Chicago... Giorno III




Secondo risveglio nella grande città. Non avendo un programma ben preciso, pensiamo di cambiare stile di colazione, per sperimentare qualcosa di un po' più americano. Ed è così che, quasi per gioco, facciamo di Lou Mitchell's (565 W Jackson Blvd) la nostra meta; dicono sia uno dei posti più famosi, tanto che spesso si è costretti ad aspettare in fila il proprio turno. Piccolo problemino: si trova praticamente dall'altro lato del loop rispetto al nostro hotel, leggermente più ad ovest della stazione in cui siamo arrivati due giorni fa! Ma cosa sono, per due esperti camminatori come noi, quattro passi a stomaco vuoto?!? Così oltrepassiamo il Chicago River e iniziamo a costeggiarlo. Il nostro coraggio sembra subito ricompensato. Alcuni operai stanno oliando le giunture di uno dei tanti ponti mobili di Chicago, mentre sotto di loro un traghetto turistico è in sosta, con sopra un uomo al microfono che descrive l'architettura urbana, e non mancano neppure quattro lavavetri che, sospesi a mezzaria, lustrano scrupolosamente la facciata di un grattacielo. Ma lo sapete che gli schizzi di acqua e sapone arrivano sulla strada ad una distanza impressionante?? In un primo momento pensavamo stesse iniziando a piovere!
Dopo una piacevole passeggiata durata circa un'ora, eccoci arrivati. Siamo fortunati: non dovremo aspettare. Il locale è grande e molto "americano"; tra bancone, tavolata comune e tavoli singoli addossati al muro, scegliamo questi ultimi - ma solo perché così pensiamo di poter stare più a lungo. Ogni coppia di posti ha la sua fiaschetta di sciroppo d'acero, una coppa di marmellata all'arancia ed una di gelatina alla ciliegia. Immediatamente arriva la tazzona di caffé, che verrà poi riempita gratuitamente ogni volta che sarà necessario. Decisi ad osare, ma non troppo, ordiniamo una porzione di tre Pancake ed una di Waffle, che ci vengono recapitati con circa una decina di monoporzioni di burro. Inutile dire che, per riuscire a finire tutto, abbiamo dovuto impegnare tutta la nostra buona volontà... Però ne è valsa la pena! Ah, volete sapere cosa mangiavano gli americani? I più avevano una padellina con dentro uova, o omelette, con due salsicce arrosto, oppure pancake o waffle accompagnati da bacon profumatissimo... oppure tutte queste cose messe insieme! E non state ad immaginare che fossero chissà quali obesi ragazzotti perdigiorno; parlo di bambini, anziani, giovani e piancenti trentenni accompagnate da uomini di mezza età in giacca e cravatta.
Con lo stomaco stracolmo ripercorriamo in tutta tranquillità le vie del loop. Ci fermiamo per qualche minuto nel Daley Center Plaza, dove in un angolo si eregge l'enigmatica scultura di Picasso. Eppure l'intrattenimento maggiore risulta un altro: impiegati di entrambi i sessi spendono la pausa pranzo seduti al sole, seguendo una partita di basket proiettata sul palazzo al di là della strada! Dopo un paio di foto, e qualche risatina, proseguiamo. Questa volta siamo proprio in america: giovani dipendenti che si dirigono velocemente al fast food dietro l'angolo, uomini d'affari col caffé in mano, e persino la classica scena della donna che esce dal "supermercato" con lenormi sacchetti di carta tra le braccia gridando TAXI!!! .
Tornati a nord, spendiamo il pomeriggio al Navy Pier, centro essenzialmente turistico che si protunde sul lago. Locali, strade per il passeggio pedonale, ormeggio di traghetti turistici e navi- ristorante, e piccolo parco giochi con tanto di ruota panoramica e casa degli specchi. A dire il vero, sarà per la stanchezza che inizia a farsi sentire, ma questo posto tanto famoso, a parte la vista meravigliosa che offre della città, non ci entusiasma poi molto!
Quando scende la sera, Chicago si illumina ed è una vero spettacolo! Intanto, agli angoli delle strade qualcuno suona il sassofono cercando di racimolare qualche dollaro. Noi ci inoltriamo nella zona dei locali costosi, in cerca di un posto per noi abbordabile dove mangiare qualcosa, e magari ascoltare un po' di musica. Scartati i ristorantini di pesce dall'aria pretenziosa, davanti ai quali vediamo persino una Ferrari parcheggiata (dall'insolito colore verde bottiglia?!?), scegliamo un piccolo e buio pub, senza tavolini all'aperto. All'interno non è male: pareti rosse e luci soffuse, lo spazio è quasi interamente occupato da un ampio bancone circolare. Seduti su due sgabelli attorno ad un alto tavolino scopriamo che Jilly's (1007 N Rush Street) era il bistrò preferito di Frank Sinatra. Dopo aver mangiato un enorme humburger con patatine - niente male davvero! - ordiniamo un margaritas per due. Intanto il locale si è riempito. Un'elegante signora sulla settantina sorseggia un bicchiere di vino bianco seduta al bancone, accanto a lei una ragazza un po' troppo rotandetta chiacchiera allegramente con uno sconosciuto dalla camminata incerta, mentre una coppia di amanti di mezza età, lei dal viso in plastica e i capelli biondissimi, si baciano o parlano ma senza mai un sorriso. Qua e là gruppi di uomini sulla cinquantina, con bicchiere in mano e le facce rilassate. In un angolo un omone senza capelli canta brani jazz accompagnandosi con la tastiera. Ogni tanto, qualcuno invita la signora per un ballo, allora lei si alza, e si muove con un'eleganza che fa quasi invidia; alla fine applaude e torna a sedersi da sola. Un po' di Chicago, insomma, per una seratina tranquilla e piacevole. Ma se siete davvero amanti del jazz, e passate da quelle parti, nel locale accanto suonano gruppi dal vivo, però dovete scusarmi: non ho segnato il nome!

domenica 21 marzo 2010

alla scoperta di Chicago... Giorno II



Dopo una bella dormita siamo pronti per una nuova avventura. Zaino in spalla e barilotto di caffé in mano, lasciamo l'albergo alla ricerca di un posto per fare colazione. Per questa volta ci rifugiamo nel colorato Dunkin Donuts dietro l'angolo, uno dei locali della famosa catena americana. Seduti attorno ad un tavolinetto giallo, mangiamo ciambelle glassate progettando l'itinerario odierno; intanto una fila ordinata di persone d'ogni tipo ed età si snoda davanti al bancone.
La giornata sembra promettere bene: nonostante sia solo marzo, e la fama della Città del Vento per le sue temperature non troppo ospitali, le condizioni sono tali da spingerci ad affacciarci sul lago. Qui, attraversato un sottopassaggio, scopriamo un lungolago pedonale e ciclabile, rispettabilmente popolato: sembra che in molti abbiano deciso di approfittare di questo bello scorcio di primavera! Il sole brilla alto nel cielo azzurro, infuocando le acque calde del lago incoronato dalle vette dei grattacieli. Passeggiando verso nord - nel frattempo approfittiamo per scattare ancora qualche foto - raggiungiamo Lincoln Park, dove vialetti e ponticelli si snodano tra piccoli laghetti e aiuole alberate, popolate di gabbiani e scoiattoli: compagnia originale, no? Se chiudiamo gli occhi riusciamo quasi ad immaginare lo splendido spettacolo che si può osservare nei mesi più caldi... Ma ecco che una musica da giostra inglese, portate dal fresco venticello lacustre, cattura la nostra attenzione. Poco più in là, scopriamo un piccolo zoo gratuitamente aperto al pubblico, dove bimbi d'ogni età si lasciano affascinare dalla vista di un leone un po' troppo dormiglione, e qualche scimmietta dispettosa. Non mancano, ovviamente, un bar con tavolini all'aperto e un piccolo chiosco dove acquistare pop corn! E per chi preferisse la flora alla fauna, una serra a più stanze offre un piacevole spettacolo visivo ed olfattivo.
Lasciato il parco, ci allontaniamo dal lago spostandoci in direzione nord-ovest, inoltrandoci in una zona dalle abitazioni basse e colorate, molto simile a quelle di Londra. La nostra meta? Il Biograph Theater, davanti al quale, nel luglio del 1934 fu ucciso John Dillinger, rapinatore di banche considerato dall'FBI "nemico pubblico n.1". In realtà, Chicago sembra ansiosa di dimenticare il suo celebre passato di città culla dei criminali, per cui non è una gran sorpresa trovare che un posto così celebre non sia affatto celebrato! Ma se qualcuno di voi, come noi, è ammiratore dell'attore Johnny Depp, potrebbe essere interessato a provare l'emozione di calpestare lo stesso quadrato di cemento su cui egli ha finto di morire. In tal caso, due porte più in là, noterete un piccolo ed anonimo locale, chiamato Vini's Pizza (2429 N Lincoln Ave): la pizza non è male, e mentre pagate potete ammirare uno foto incorniciata con tanto di autografo del vostro idolo.
Le nostre gambe, a questo punto, hanno iniziato ad avvertire un po' di stanchezza, così abbiamo deciso di usufruire della metropolitana di superficie. Ma ogni esperienza sembra regalare una bella sorpresa: il mezzo di trasporto non sarà forse dei più efficienti, ma aggirandosi per il centro città sospeso tra un grattacielo e l'altro offre una vista da giro turistico!
Per chiudere ceniamo con la famosa pizza Chicago stile. L'originale può essere gustata nel locale che la inventò nel lontano 1943, Pizzeria Uno; se l'attesa è troppo lunga basta percorrere pochi metri fino a Pizzeria Due. L'ambiente è da film americano, con tavoli piccoli e tovaglie a quadri, e non manca neppure chi decide di mangiare sul bancone. La pizza certo non posso descriverla... no, non posso! Però, non è male... sempre che la si riesca a finire!